Fra le recenti acquisizioni della Biblioteca nel settore della storiografia musicale, credo che la più importante sia il magnum opus del compianto Richard Taruskin (1945-2022): un monumentale studio – il termine “compendio” sarebbe fuori luogo, come si vedrà più avanti – che copre i milleduecento anni che vanno dalle prime notazioni neumatiche alla fine del XX secolo. Nelle 3825 pagine – cinque volumi, sessantanove capitoli, più un volume di indici (che, almeno in questa prima edizione, è purtroppo penalizzato da diversi errori) – che costituiscono questa titanica, solitaria impresa, Taruskin ha dato vita a un testo di storia della musica che è anche un testo sulla storia della musica, cioè sulla storiografia musicale e sui suoi fondamenti, nonché sui vari modi in cui gli storici hanno interpretato la materia nel tempo. Questo è uno degli aspetti che distinguono questo lavoro da qualsiasi manuale, o da un semplice reference book. L’ambiziosa portata del progetto richiede di per sé un’attenta riflessione. Le precedenti incarnazioni delle storie della musica in più volumi di Oxford erano lavori a più mani, con i diversi argomenti affidati a diversi specialisti. Il pregio di quest’opera è, ovviamente, che il punto di vista e il carattere rimangono coerenti in tutto il libro, e sarebbe difficile pensare a un autore con una visione più ampia o un carattere più forte.
Taruskin afferma senza reticenze la sua avversione per alcune metanarrazioni consolidate, in primis l’impiego di categorie a noi tutti familiari, come i nomi dei principali periodi storici: la Oxford History evita di utilizzare concetti come ‘il Medioevo’ e ‘il Rinascimento’. Non si può sorvolare sul fatto che in qualche caso la strenua resistenza alla periodizzazione convenzionale può portare a una distorsione della successione degli avvenimenti. Un paio di esempi: il mottetto di Dufay Nuper rosarum flores / Terribilis est locus iste è discusso nel capitolo 8 insieme ai mottetti francesi dell’Ars nova, e separato dalla trattazione delle altre sue composizioni da due ampi capitoli (9. “Machaut e la sua progenie” e 10. “La musica del Trecento”); Il flauto magico (1791) precede le sinfonie di Giovanni Battista Sammartini (1700-1775). I lettori che non abbiano la sequenza degli eventi e dei lavori ben chiara in mente potranno trovare difficile mantenere un senso chiaro dell’ordine delle cose.
Tornando all’impostazione generale, Taruskin critica vigorosamente (e a mio modo di vedere con grande efficacia) l’applicazione alla musica, tipica dello storicismo tedesco, dell’idea di “progresso” alla storia. Le radici di questa falsa dottrina sono la concezione dialettica, teleologica, e futurista della storia sviluppatasi a partire dalla metà del XIX secolo, in particolare negli scritti di Franz Brendel (1811-1868). Il rifiuto della costruzione teleologica della storia entra in gioco soprattutto nelle critiche al suo uso improprio per promuovere gli stili modernisti nel XX secolo. Taruskin se la prende davvero con storici come Robert Morgan, Donald Jay Grout e Joseph Straus, che suggeriscono che la musica fosse orientata verso il “crollo della tonalità tradizionale”.[1] Gli studiosi non sono stati gli unici responsabili di questa lettura della storia della musica, ma anche i compositori: essa emerge per la prima volta in un riferimento all’orchestrazione di Stravinskij dei madrigali di Gesualdo, e al fatto che li considerasse profetici rispetto a Wagner. Taruskin identifica questo tipo di argomentazione anche in Webern (Il cammino verso la nuova musica), e in altri tentativi di utilizzare la storia teleologica per stabilire l’egemonia della musica seriale, citando Leibowitz e Adorno. Taruskin descrive questa impostazione come riflesso di “una visione storica generale che attribuisce il massimo valore all’evoluzione teleologica e all’innovazione, ancella dell’evoluzione”, una visione erroneamente interpretata come “darwiniana”(vol. 2, pp. 396-97), e offre una valida alternativa alla premessa dello scontro tra Zeitgeist, osservando che la storia dello stile è una storia di accumulo, non una questione di vittoria e sconfitta. Lo studioso statunitense evidenzia come alcuni compositori siano diventati ‘importanti’, ovvero importanti per un rilevantissimo filone di storiografia musicale a partire dal XIX secolo.
La posizione assunta da Taruskin mostra, come egli stesso sottolinea, l’influenza del pensiero etnomusicologico, al quale tutti i musicologi “storici” devono ora il continuo richiamo al fatto che la musica partecipa necessariamente al discorso sociale e politico. Da qui deriva un’impressionante quantità di contestualizzazione sociale. Uno motivi per cui la discussione sul XX secolo si è rivelata così lunga, occupando i volumi 4 e 5, è che il materiale politico disponibile è maggiore rispetto ai periodi precedenti. Non solo la quantità di musica stampata che rappresenta repertori non d’élite è maggiore, ma anche l’attenzione critica esplicitamente rivolta alle questioni razziali e politiche è maggiore rispetto ai secoli precedenti.
Oltre a una quantità enorme di dettagli storico-musicali, Taruskin apporta al suo progetto l’orecchio analitico e attento di un musicista esperto. Una delle cose che rende la Oxford History così complessa è che il suo autore non esita a fornire analisi musicali approfondite, comprese, per i brani brevi, le partiture complete. L’abilità e la competenza di Taruskin nel trattare un repertorio che spazia dalle sottigliezze del canto gregoriano ai brani seriali più astrusi sono davvero impressionanti, mantenendo fra l’altro l’analisi indissolubilmente intrecciata alle questioni storiche (come sempre dovrebbe essere…). Il suo lavoro fornisce non solo intuizioni acute sulla musica di cui tratta, ma anche modelli illuminanti per avvicinarsi ad altre musiche. I dettagli sono espressi in modo accattivante, i punti analitici sono chiari, le interpretazioni affascinano e quasi sempre convincono.
In tutta la Oxford History si trovano trattazioni affascinanti e ben argomentate sui problemi della comprensione della musica nella storia e della storia della musica. La prima riguarda la comprensione del canto gregoriano (vol. 1, pp. 64-67) e l’apprezzamento “estetico” di ciò che all’epoca non era considerato un oggetto estetico. Taruskin esprime molto bene l’idea che “metterci immaginariamente nella posizione dei contemporanei del canto ci dà accesso a un significato che altrimenti non potremmo mai sperimentare. E, cosa forse ancora più importante, ci offre una prospettiva distaccata sul nostro mondo contemporaneo, una forma di consapevolezza critica che altrimenti non potremmo mai acquisire. Queste sono tra le ragioni più potenti per studiare la storia” (vol. 1, p. 67).
L’impegno verso questioni filosofiche, etiche, e sociali sposta il contenuto della Oxford History ben al di là di un normale, per quanto completo e dettagliato, libro di testo; il tono della scrittura spesso sembra evocare l’aula universitaria di Berkeley dove Taruskin tenne i suoi apprezzatissimi corsi per oltre un trentennio: sembra di leggere un corso approfondito di lezioni informative, splendidamente organizzate, e insolitamente avvincenti.
Voglio chiudere con uno dei numerosissimi elogi che questa straordinaria impresa editoriale ha meritato, quello del compianto Roger Scruton: «Non c’è una sola pagina che non contenga spunti di riflessione, né un solo capitolo che non cambi radicalmente la prospettiva del lettore sull’argomento trattato […] È un contributo visionario alla nostra comprensione della nostra cultura». Nell’epoca tristissima che stiamo vivendo, in cui quella cultura è continuamente oggetto di attacchi feroci, purtroppo non solo sul piano intellettuale, non riesco a immaginare un apprezzamento più importante di questo.
RECENSIONE DI PAOLO A. ROSSINI
[1] Robert Morgan, Twentieth-Century Music, W. W. Norton, New York, 1991.


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