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La prima strofa di una breve poesia di Apollinaire recita: “La mia stanza ha la forma di una gabbia”.  È un’immagine efficace nella sua semplicità retorica: una comoda stanza d’hotel si tramuta, attraverso l’esperienza sensibile del poeta, in una cella di prigione. È sulla base di versi come questo che mi piace pensare al poeta come a un individuo che, volente o nolente, sente, vede, soffre e gioisce più dell’uomo comune, è destinato a portarsi appresso questo peso per tutta la vita, a imparare a viverlo come un dono o come una maledizione, a adoperarlo per sé stesso o per gli altri.

Alla luce di questo, penso che il lettore possa intuire la situazione delicata in cui si trova chi deve (o vuole) misurare e giudicare la poesia: le considerazioni sull’abilità tecnica non bastano, occorrerebbe “sondare” l’autenticità del referente, discernere ciò che il poeta sente nel modo più autentico da ciò che abbellisce con la retorica. Un componimento “cattivo” ma autentico è forse meglio di uno “buono” ma artificioso (a patto che il recensore sia in grado di discernere l’uno dall’altro)? È difficile a dirsi. Quasi impossibile, almeno secondo me, perché non soltanto il lettore non può dotarsi delle stesse identiche facoltà del poeta, ma anche perché quest’ultimo è destinato a lasciare sulla carta solo delle tracce della sua percezione, inevitabilmente corrotte dall’incompletezza denotativa del linguaggio, ed è piuttosto sulla dimensione connotativa, ovvero emotiva, suggestiva, ambigua, che il poeta insiste per necessità.

Che dire, dunque, di queste Vie dell’incanto? Ammesso e non concesso che su poesie altrui ci si possa spingere oltre l’ipotesi, la suggestione e la ricezione personale (specialmente quando non si è poeti a propria volta), già il titolo è eloquente: grazie alla sua sensibilità, il poeta è in grado di interfacciarsi col mondo che lo circonda e di rimanerne meravigliato. C’è chi scrive versi, e tra gli anfratti della materia e delle forme non trova altro che rassegnazione; Gardella, invece, sembra scoprire meraviglia dopo meraviglia, e il risultato è una poesia assolutamente vitalistica, dialogica, al punto quasi da generare un senso di trepidazione, come se il poeta fosse impaziente di condividere ciò che di straordinario ha trovato nell’ordinario, tutto ciò che di sacro ha trovato nel profano. E veramente le vie dell’incanto sono infinite: gli argomenti della sua lirica spaziano dai luoghi alle occasioni, dai cinque sensi ai dieci comandamenti, dagli ideali più astratti ai ritratti più concreti, e il senso di coralità della raccolta è ulteriormente accentuato dall’accostamento dei componimenti, che rendono un’immagine colorata e vorticosa della testa del poeta. L’eterogeneità dei temi, dei registri e dei toni non si addice particolarmente alla versificazione; difatti, non si trova una singola poesia che abbia uno schema metrico preciso, e quest’assenza contribuisce anch’essa a costituire quel senso di dialogo libero col lettore, di amore per la condivisione del mondo, che caratterizza la raccolta.

Ho cercato di guardare il mondo e la vita
sotto migliaia di punti di vista
che non mi sono serviti per niente,
tranne che ad evadere e a fuggire
in migliaia di modi diversi.
E tornare a guardare il mondo e la vita
sognando ad occhi aperti l’impossibile, l’inimmaginabile,
come in questo momento…

[Vista, Cristian Gardella]

È forse questo il messaggio di Cristian: l’ordinario può essere incantevole, se lo si sa osservare, e non c’è nulla di più bello di condividerlo con i nostri compagni di viaggio lungo quella strada spesso beffarda e sfuggente che si chiama vita, e che non si può sapere – per fortuna – quando si dovrà abbandonare.

RECENSIONE DI NICOLO’ CLEMENTI



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